In una città come Sulmona il modo in cui si usano le parole non è secondario: è decisivo.
Per questo il ruolo di un giornalista è immensamente più delicato di quello di un singolo assessore.
Un assessore propone, prova, sbaglia, corregge.
Un giornalista orienta l’opinione pubblica, stabilisce il tono del dibattito, decide se una polemica resta confronto o diventa aggressione.
Quando un giornale sceglie sistematicamente il sarcasmo, la delegittimazione personale, l’etichetta sprezzante al posto dell’argomento, non sta esercitando un controllo critico: sta creando un clima.
E il clima che si è creato a Sulmona è un clima di intimidazione silenziosa.
Molti lo sanno, pochi lo dicono: quel giornale è temuto più che rispettato. Non per la forza delle idee, ma per l’aggressività del linguaggio. E quando un mezzo di informazione diventa temuto, qualcosa nel patto democratico si incrina.
È altrettanto evidente che l’asprezza degli attacchi non è distribuita in modo uniforme. Colpisce con particolare accanimento chi non è allineato alla linea editoriale ( sic!).
Questo squilibrio non è un dettaglio: è faziosità.
E la faziosità, quando si traveste da superiorità morale, fa danni profondi.
Un amministratore può essere criticato duramente. Ma non si può ignorare che, nel caso del Museo Ovidio, si stanno imputando a pochi mesi di lavoro ritardi che affondano in anni di immobilismo. Senza la minima misura, senza la minima tolleranza istituzionale.
Chi decide di mettersi a disposizione della comunità — qualunque sia la sua area politica — compie un atto che merita rispetto. Se il messaggio che passa è che chi si espone verrà sistematicamente colpito sul piano personale, il risultato sarà uno solo: sempre meno persone perbene accetteranno di impegnarsi.
La stampa deve vigilare sul potere.
Ma non può sostituirsi ad esso né usarlo come bersaglio permanente.
Sulmona ha bisogno di visione, di confronto serio, di rigore nei contenuti. Non di una polemica continua che logora tutto e tutti.
Un giornalista non è un semplice commentatore: è un costruttore di clima pubblico. E quando il clima diventa tossico, la responsabilità non è diffusa.
È precisa.



