Maria Trozzi
Altro che mancanza di cibo. Uno studio sull’orso, dell’Università di Tokyo, coordinato dal Centro ricerche di Shimane, conferma che i plantigradi sono attratti da fonti alimentari abbondanti.
L’Orso bruno marsicano è un pigrone, non gli manca il cibo, ma si accontenta di ciò che trova da mangiare ‘senza impegno’. Se lungo il tragitto si sazia allora la strada che percorre sarà sempre la stessa, non cambia perché per il suo stomaco è quella giusta: una stella polare. A confermarlo è una ricerca giapponese sugli ‘orsi neri’ asiatici che ha messo in evidenza il rapporto tra orsi e agricoltura, rafforzando una tesi sostenuta, da tempo, da uno dei maggiori esperti di plantigradi, Franco Zunino, segretario generale dell’Associazione italiana per la wilderness (Aiw) grande estimatore della sub-specie marsicana di cui si contano ormai poco meno di 50 esemplari, al mondo. Sulla disgregazione della popolazione abruzzese dell’orso bruno marsicano é stato chiarito questo nello studio condotto dall’Università dell’agricoltura e della tecnologia di Tokyo e dal Centro ricerche della prefettura di Shimane, pubblicata sulla rivista della ‘Mammal society of Japan. La ricerca prova come le incursioni nei centri abitati degli orsi non siano state determinate dalla fame, ma dall’attrazione verso fonti alimentari facili e abbondanti presenti in aree agricole abbandonate. Secondo Zuino, il noto fenomeno ‘emigratorio-dispersivo’ dell’orso marsicano si è spiegato proprio con la progressiva scomparsa di pascoli e coltivazioni tradizionali, venute meno nel giro di pochi decenni a causa dell’abbandono dell’agricoltura e della pastorizia, attività che per secoli ha garantito, agli orsi, risorse caloriche concentrate nei fondivalle e nelle aree vicine ai centri abitati. Zuino ha spiegato che “L’orso ha cercato quel cibo facile, appetitoso e prevedibile al quale si é storicamente abituato, avvicinandosi sempre più all’uomo” dal momento in cui non trovava cibo nell’ambiente tradizionale e naturale o semi-naturale cui era abituato. La gestione avrebbe dovuto puntare sulla ripresa delle coltivazioni e su forme di pastorizia anche pubblica, anziché limitarsi alla chiusura elettrificata di pollai, orti e stazzi, ha sottolineato Zuino, misura che ha finito per spingere ulteriormente gli animali verso altre aree antropizzate. La ricerca condotta in Giappone, ha confermato, in tempi brevi, ciò che in Abruzzo non si è riusciti a comprendere dopo decenni e decenni di studi.

Foto AnGe

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