Intervista di Monica Macchioni all’ex ministro della pubblica istruzione, autore di ‘Ovunque è il centro. Delle cose, della vita, della politica’
Il 9 ottobre, in piazza Capranica a Roma, Giuseppe Fioroni presenterà ‘Ovunque è il centro. Delle cose, della vita, della politica’ (Rubbettino), il libro-dialogo con il sociologo Angelo Palmieri che ripercorre 60 anni d’impegno pubblico: dallo scoutismo nel quartiere popolare di Pianoscarano, a Viterbo, alla fascia di sindaco più giovane d’Italia, dal ministero della pubblica Istruzione alla presidenza della Commissione parlamentare d’inchiesta su Aldo Moro. Il volume, in arrivo nelle prossime settimane in edicola, è anche un atto d’accusa contro quella che l’ex ministro definisce «una democrazia senza elettori»: dal 93,39% di affluenza alle politiche del 1976 al 63,91% del 2022, un crollo che per Fioroni non è un dettaglio tecnico, ma la crisi più seria della Repubblica.
Lo abbiamo incontrato per farci spiegare, in cinque domande, il cuore politico del libro.
Onorevole Fioroni, il libro è attraversato da una passione civile molto forte, da un’analisi severa della crisi democratica e da proposte concrete per una nuova legge elettorale. C’è chi lo ha letto come il manifesto di un suo ritorno personale in campo. È così?
Voglio essere netto, perché non mi va di alimentare un equivoco: non ho alcuna intenzione di scendere personalmente in campo. Chi arriva in fondo al libro lo trova scritto a chiare lettere: a chi viene dopo di noi, a chi non ha ancora smesso di credere che la politica possa essere più alta della sua caricatura, spetta il compito di entrare in campo. Noi, chi ha già attraversato molte stagioni della vita pubblica, possiamo mettere a disposizione esperienza, memoria, anche gli errori che abbiamo commesso; possiamo accompagnare, sostenere, incoraggiare. Ma il protagonismo tocca ad altri, soprattutto ai più giovani. Questo libro non è la costruzione di un mio ritorno: è un contributo culturale, una sorta di cassetta degli attrezzi che consegno a chi vorrà raccoglierla. E c’è una ragione più seria di qualunque ambizione, mia o di chiunque altro: quando quasi metà del Paese rinuncia al voto, il vero problema non è chi si candida, ma la tenuta democratica di un sistema che rischia di trasformarsi in una democrazia senza elettori. È lì che dobbiamo mettere le energie, non sulle mie eventuali velleità, che le assicuro non esistono.
Nel libro lei recupera un’espressione molto dura che usava già da ragazzo: i «polli da batteria». Che cosa intendeva allora, e a chi la rivolgerebbe oggi?
R. Era un’espressione tagliente, quasi crudele nella sua evidenza, ma la usavo per denunciare qualcosa di preciso: una politica che rinuncia a formare persone libere e preferisce fabbricare obbedienze. Pensavo a chi, senza un titolo, senza una professione, entra in politica da ragazzo e non ne esce più per tutta la vita: chi non ha mai conosciuto altra misura di sé fuori da quel mondo rischia di confondere il servizio con la sopravvivenza. Io sono sempre tornato al mio lavoro ogni volta che si concludeva un’esperienza pubblica, perché avere una professione significava custodire una distanza interiore, poter dire di no, entrare nell’agone senza esserne posseduto. Oggi rilancio quell’immagine perché la trovo di un’attualità quasi imbarazzante: guardo a una classe dirigente sempre più professionalizzata fin dalla gioventù, priva di autonomia economica e quindi anche di libertà di giudizio, ed è lì che vedo riproporsi lo stesso rischio: gabbie dorate che producono obbedienza invece che coscienza.
Lei propone il ritorno di un «campo degasperiano» come spazio prepolitico per l’area di centro, ma non risparmia autocritiche ai centrismi del passato, che definisce indeboliti da personalismi e micro-leadership. Che cosa dovrebbe cambiare davvero, questa volta?
R. Prima di tutto uno sguardo onesto su noi stessi: non ci si può limitare a denunciare i limiti degli altri, se non si è disposti a fare verità su di sé. Troppe esperienze centriste sono state indebolite da opportunismi, scissioni infinite, micro-leadership gelose della propria piccola rendita simbolica, ciascuna con il proprio simbolo e il proprio recinto. Se dovessi condensare in tre parole la condizione perché stavolta sia diverso, userei responsabilità, coraggio, umiltà. Responsabilità, perché essere di centro non è occupare un punto intermedio per convenienza, ma rispondere alla storia da cui si proviene e al Paese che ci guarda, non soltanto al proprio piccolo insediamento. Coraggio, perché serve la forza di mettere da parte interessi legittimi ma marginali per assumere una prospettiva più alta, senza restare prigionieri della nostalgia o del «vorrei ma non posso». E umiltà, perché senza la disponibilità a riconoscere i propri errori ogni discorso sul centro resta un esercizio retorico. Il campo degasperiano che immagino non è un rifugio nostalgico né la riproduzione meccanica di formule del passato, ma uno spazio culturale e prepolitico dove tornare a discutere, formarsi, confrontarsi sul serio, prima ancora di misurarsi con le urne.
Nel libro arriva anche a una proposta tecnica precisa: soglia di sbarramento intorno al 3% e ritorno della preferenza. Perché proprio questi due strumenti?
Perché toccano due ponti che considero decisivi. Il primo è quello con gli elettori: la preferenza ricorda una verità elementare, e cioè che l’eletto deve rispondere anzitutto a chi lo ha scelto, non al capo del partito che lo ha collocato in lista. È il primato del mandato popolare sulla disciplina di appartenenza, una democrazia che risale dal basso invece di una fedeltà che discende dall’alto. Il secondo riguarda la qualità del sistema: per anni abbiamo inseguito il feticcio della stabilità di governo affidandola a premi di maggioranza e artifici normativi, ma la stabilità vera non la garantisce mai una legge elettorale da sola, la garantiscono l’autorevolezza di una cultura politica e la credibilità di una proposta. Per questo penso a una soglia attorno al 3%: non per incoraggiare la frammentazione, ma per consentire una presenza parlamentare seria a un’area di centro capace di federarsi e di offrirsi come punto di equilibrio. Governare soltanto dalle estreme, lo vediamo ovunque in Europa, è sempre più difficile.
C’è un passaggio molto personale del libro, quando racconta il 2011 e il suo rifiuto dell’offerta di Berlusconi dopo la crisi del governo. Scrive che la coerenza si misura «la mattina, davanti allo specchio». È ancora questo il suo metro di giudizio sulla politica?
Sì. Ed è rimasto l’unico che mi convince davvero. In quel momento compresi che la coerenza non si misura nelle dichiarazioni pubbliche, ma appunto la mattina, davanti allo specchio, mentre ti lavi il viso: se in quel gesto quotidiano non provi vergogna, vuol dire che sei ancora in pace con la tua coscienza; se invece senti di esserti separato da ciò in cui hai creduto, quella vergogna te la porti dietro a lungo, e nessun incarico riesce a riscattarla. Rifiutai quella proposta non per gusto della testimonianza né per posa moralistica, ma perché accettare avrebbe significato tradire una linea di condotta costruita in tutta una vita pubblica. Vorrei che questo libro servisse soprattutto a restituire ai più giovani il gusto di questa domanda, prima ancora di ogni collocazione tattica: che cosa vedo, la mattina, quando mi guardo allo specchio? Se sapremo farla nostra come Paese, e farla propria soprattutto le nuove generazioni, allora credo che anche la fiducia nella politica, e con essa l’affluenza alle urne, potrà tornare a crescere.
