Alzheimer in ospedale, 3 ore per riportare la calma, il problema è anche la carenza di infermieri

Sulmona (L’Aquila) – La vicenda del paziente di 70 anni operato per un’ernia inguinale riaccende i riflettori sulle difficoltà di assistenza ai malati fragili. Tra organici ridotti, terapie da seguire e familiari impossibilitati a essere presenti, gli infermieri sono chiamati a rispondere a esigenze sempre più complesse.

Mattinata di forte tensione nel reparto di chirurgia dell’ospedale peligno dell’Annunziata a Sulmona, dove un paziente di 70 anni, affetto da Alzheimer, ha manifestato uno stato di agitazione a poche ore da un intervento chirurgico.

L’uomo era stato sottoposto, nella giornata precedente, a un’operazione per un’ernia inguinale. La degenza è stata complicata dalle sue condizioni cognitive pregresse. Intorno alle 6 del mattino, il settantenne oggi si è alzato autonomamente dal letto, fino ad arrivare ad aprire una finestra della propria stanza.

Il personale sanitario è intervenuto per gestire la situazione, mentre sul posto è arrivata anche una squadra volante del commissariato di Polizia di Sulmona, impegnata negli accertamenti necessari a ricostruire l’accaduto e a verificare gli aspetti legati alle procedure di vigilanza e sicurezza.

Sono state necessarie circa tre ore di dialogo e mediazione per riportare la calma. Un tempo significativo, che evidenzia quanto possa essere complessa la gestione di una persona affetta da Alzheimer, soprattutto in un ambiente ospedaliero, dopo un intervento chirurgico e in una fase delicata come quella del risveglio e del recupero postoperatorio. Per il paziente è prevista una consulenza psichiatrica, finalizzata a valutare la situazione e individuare gli interventi più adeguati.

Ma accanto alla cronaca dell’episodio c’è una questione più ampia che merita attenzione: la disponibilità effettiva di personale infermieristico rispetto al numero e alla complessità dei pazienti ricoverati.

In molti reparti, gli organici ridotti all’osso costringono gli infermieri a distribuire il proprio tempo tra decine di persone, ciascuna con bisogni diversi. Non ci sono soltanto le medicazioni, i controlli clinici e l’assistenza postoperatoria, ma anche la somministrazione delle terapie, la sorveglianza dei pazienti a rischio e la necessità di intervenire tempestivamente quando qualcuno si disorienta, si agita o compie gesti potenzialmente pericolosi.

Per una persona affetta da Alzheimer, la permanenza in ospedale può essere particolarmente difficile. Il disorientamento, la difficoltà a comprendere le indicazioni e la ridotta consapevolezza dei rischi possono rendere necessaria un’attenzione frequente e personalizzata. Un paziente può alzarsi senza chiedere aiuto, dimenticare le indicazioni ricevute o non comprendere perché debba rimanere a letto dopo un intervento.

L’infermiere, tuttavia, non può essere costantemente accanto a una sola persona quando è chiamato a garantire l’assistenza anche a molti altri degenti. Non si tratta necessariamente di mancanza di volontà o di professionalità, ma di un problema organizzativo: quando le risorse sono insufficienti rispetto ai bisogni, anche il personale più disponibile incontra limiti concreti nella possibilità di seguire ogni paziente come sarebbe auspicabile.

La difficoltà non riguarda soltanto le emergenze. Nei reparti ospedalieri sono presenti anche pazienti con patologie pregresse che richiedono l’assunzione regolare di farmaci. Alcuni, per problemi cognitivi o di memoria, possono dimenticare le terapie o non essere in grado di gestirle autonomamente.

In questi casi è necessario che la terapia venga gestita e verificata dal personale sanitario secondo le prescrizioni e le procedure previste. Ma il tempo richiesto per controllare, assistere e rassicurare una persona si somma a quello necessario per tutti gli altri ricoverati.

A rendere il quadro ancora più complesso è l’assenza dei familiari, che non sempre possono essere presenti accanto al proprio congiunto. Gli orari delle visite, gli impegni lavorativi, le distanze o altre difficoltà personali possono impedire una presenza continuativa. In alcuni casi, si finisce così per confidare nella disponibilità degli infermieri affinché suppliscano anche a quelle forme di sostegno quotidiano che una famiglia presente potrebbe offrire.

È una situazione comprensibile sul piano umano, ma che non può essere risolta affidandosi esclusivamente alla buona volontà degli operatori. L’assistenza sanitaria richiede organizzazione, risorse adeguate e una chiara definizione delle responsabilità. La presenza dei familiari può essere preziosa per rassicurare e orientare il paziente, ma non può sostituire le prestazioni sanitarie dovute, così come il personale infermieristico non può essere considerato una risorsa illimitata.

La sicurezza dei pazienti fragili non può dipendere soltanto dall’emergenza

L’episodio di Sulmona riporta quindi al centro una domanda fondamentale: come garantire un’assistenza sicura e adeguata alle persone più fragili quando il personale deve rispondere contemporaneamente alle esigenze di tanti degenti?

Le tre ore impiegate per mediare con il paziente mostrano la complessità di un intervento che richiede tempo, competenza e capacità di relazione. Ma mostrano anche quanto sia importante predisporre, quando clinicamente necessario, strategie assistenziali individualizzate, una valutazione dei rischi e risorse sufficienti per affrontare situazioni di questo tipo.

Gli accertamenti chiariranno la dinamica dell’episodio e gli eventuali aspetti procedurali. Resta però l’esigenza di affrontare il problema più generale: garantire che le persone con Alzheimer, quelle con altre patologie croniche e tutti i pazienti che non sono pienamente autonomi possano ricevere un’assistenza commisurata alle loro necessità.

Perché la sicurezza in ospedale non può poggiare soltanto sulla prontezza di chi interviene durante un’emergenza. Richiede condizioni di lavoro adeguate, personale sufficiente e un sistema capace di riconoscere che assistere un paziente fragile significa spesso dedicargli tempo, attenzione e continuità, senza lasciare scoperti gli altri ricoverati.