Abituati com’erano da secoli a strappare alla dura terra e alle loro montagne l’alimento per le proprie famiglie e per gli armenti, furono i contadini e gli allevatori della Valle peligna e della corona di montagne che la racchiudeva a dare il segno di vitalità e di rinascita dopo quattro anni di guerra sanguinosa. Alcuni dei loro figli erano tornati dal fronte del Carso, altri vi erano morti con la divisa da alpino.
Anche ai lutti erano abituati da un’antica fatalistica rassegnazione. Tuttavia quei primi venti anni del novecento stavano producendo un ribollire di attese, di pensieri nuovi, di speranze. Grazie alla possibilità di spostarsi velocemente nella provincia, sia la vecchia famiglia di Maria Tomei che la nuova di Nenna Masciosci godettero di un periodo di grande prosperità. L’intelligenza commerciale di Nenna e il dinamismo di Vincenzino producevano rapidamente risultati positivi innegabili e quella nuova agiatezza divenne in qualche modo il porto sicuro per la tempesta inattesa che avrebbe investito il ceppo originario.
Nei tempi antichissimi della migrazione del ramo peligno, parte della più grande, osco umbra, che esondò verso il sud dell’Enotria, il campidoglio di Sulmona – probabilmente eretto dove anche ai tempi della nostra storia, sorgeva S. Maria della Tomba – si affacciava su una pianura larghissima, incorniciata ad est dal massiccio del Morrone.
Dietro vi svettava, la Grande Madre, la Maiella. Era luogo di raduni, di riti propiziatori primaverili e di scambi dei prodotti agricoli e della pastorizia degli abitanti dei villaggi situati sulle pendici dei monti, tutto intorno al principale insediamento nella valle. Valle ricca di fango nero, humus pelinus, lasciato dal mare interno che si era ritratto attraverso la frattura delle gole di Popoli. Con il passar dei secoli, parte di quella piana si cinse di mura di difesa, di porte di accesso, di abitazioni e di un superbo acquedotto, frutto della non scomparsa e sapiente ingegneria idraulica degli antichi romani.
Continuò ad essere sede di raduni, di riti, di giostre cavalleresche. Fu sempre, però, il luogo più vivace, di mercato e di scambio, rinomato ben oltre i suoi limitati confini. Scambio di prodotti dei contadini e degli allevatori ma anche dell’artigianato dei metalli più preziosi, con le botteghe di ramai ed orafi, eccellenze riconosciute sin dai tempi dell’imperatore Federico II.
