Letizia Bonelli
C’è qualcosa che Internet non ha ancora imparato a fare, comprendere il tempo, conserva, archivia, indicizza, ripropone.
Una notizia pubblicata dieci o quindici anni fa può riapparire oggi sullo schermo con la stessa immediatezza di una notizia scritta questa mattina. Per un motore di ricerca, pochi secondi possono separare presente e passato, per un essere umano, invece, in quegli anni può essere cambiato tutto;
ed è proprio dentro questa distanza che, a mio avviso, dobbiamo tornare a parlare di diritto all’oblio.
Non soltanto come questione giuridica, ma come questione profondamente umana,
perché dietro un link non c’è un fascicolo, c’è una persona.
Una persona che può avere sbagliato, pagato, ricominciato. Una persona che può essere stata coinvolta in una vicenda giudiziaria poi conclusa diversamente da come era stata raccontata nelle prime ore. Oppure qualcuno che non ha commesso alcun reato, ma che continua a essere associato a una storia ormai priva della stessa attualità e dello stesso interesse pubblico e allora la domanda diventa inevitabile:
per quanto tempo il passato ha il diritto di governare il presente di una persona?
La memoria digitale non è neutrale, abbiamo costruito una società nella quale ricordare è diventato facilissimo e dimenticare difficilissimo.
Un tempo le notizie invecchiavano insieme ai giornali che le contenevano, rimanevano negli archivi, certamente, ma per ritrovarle bisognava cercarle.
Oggi spesso accade il contrario,
è il passato a trovare noi,
basta digitare un nome e
ciò che compare nelle prime righe di una ricerca può diventare, nel giro di pochi secondi, una sorta di identità pubblica.
Un datore di lavoro cerca un candidato.
Una banca verifica un cliente.
Un possibile partner commerciale controlla un nominativo.
Una persona conosciuta da poco vuole semplicemente sapere chi abbiamo davanti.
Il risultato di quella ricerca può precedere qualsiasi spiegazione ed è qui che la reputazione digitale smette di essere una questione astratta.
Può incidere sul lavoro, sulle relazioni, sull’accesso a opportunità economiche e, soprattutto, sulla percezione sociale di una persona.
Il problema non è cancellare la storia. Il problema nasce quando la storia viene privata del tempo. Il diritto all’oblio non è il diritto a riscrivere la verità,
su questo occorre essere molto chiari. Difendere il diritto all’oblio non significa chiedere una società senza memoria.
La libertà di stampa, il diritto di cronaca, la conservazione degli archivi e l’interesse pubblico sono pilastri essenziali di una democrazia. Non tutto può essere cancellato e non tutto deve esserlo. Esistono fatti che continuano ad avere una rilevanza pubblica anche dopo molti anni. Esistono responsabilità, ruoli e vicende rispetto ai quali la collettività conserva un legittimo interesse alla conoscenza. Proprio per questo il diritto all’oblio è un diritto complesso. Non vive di automatismi, richiede equilibrio.
Occorre interrogarsi sul tempo trascorso, sull’attualità della notizia, sul ruolo della persona coinvolta, sulla natura dei fatti, sulla loro evoluzione e sull’interesse pubblico che eventualmente permane.
Ma equilibrio significa anche riconoscere un principio che considero fondamentale:
la memoria collettiva non può trasformarsi in una condanna perpetua. Una persona non coincide con una pagina web
questo è forse il punto che mi sta più a cuore. Noi siamo molto più complessi di ciò che un algoritmo può restituire digitando il nostro nome.
Siamo quello che abbiamo fatto, certamente, ma siamo anche ciò che abbiamo compreso dopo averlo fatto.
Siamo le conseguenze che abbiamo affrontato, le responsabilità che abbiamo assunto, le persone che abbiamo incontrato, il lavoro costruito, gli affetti custoditi, gli errori superati. Siamo persino ciò che abbiamo avuto il coraggio di non essere più,
eppure Internet può congelare una persona in un momento preciso della sua esistenza.
È una fotografia senza il prima e senza il dopo, ed è proprio questo che può renderla profondamente ingiusta,
non perché quella fotografia sia necessariamente falsa; ma perché una verità incompleta può diventare, con il trascorrere del tempo, una rappresentazione deformata della persona. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale
oggi questa riflessione diventa ancora più urgente, perché non abbiamo più soltanto un motore di ricerca davanti al quale digitare un nome.
L’intelligenza artificiale cambia il problema: non si limita necessariamente a mostrarci un’informazione, può contribuire a costruire un racconto su una persona mettendo insieme informazioni provenienti da fonti, periodi e contesti differenti.
Facciamo un esempio molto semplice, una persona è stata coinvolta molti anni fa in una vicenda giudiziaria. Sul web rimangono articoli pubblicati nel momento iniziale della vicenda, magari molto visibili, mentre l’assoluzione, l’archiviazione o gli sviluppi successivi hanno ricevuto meno spazio o risultano più difficili da trovare. Un essere umano che svolge una ricerca accurata può ricostruire la sequenza dei fatti, verificare le date, consultare fonti diverse e comprendere come quella vicenda si sia conclusa. Un sistema automatizzato, invece, può trovarsi davanti a una memoria digitale sbilanciata: molto materiale sull’accusa, poco sull’esito successivo e
qui nasce un problema enorme.
Perché quelle informazioni possono entrare, direttamente o indirettamente, nei processi attraverso i quali oggi valutiamo le persone.
Pensiamo a un’impresa che utilizza strumenti digitali per raccogliere informazioni prima di instaurare un rapporto professionale. A un intermediario che effettua verifiche reputazionali, a chi deve scegliere un amministratore, un consulente o un partner commerciale, o più semplicemente, a qualcuno che interroga un sistema di intelligenza artificiale chiedendo: “Chi è questa persona?” Che cosa accade se la risposta restituisce soprattutto il suo passato e quasi nulla del suo presente?
Il punto non è accusare l’intelligenza artificiale di “giudicare”. Una macchina non possiede coscienza morale e non conosce una persona nel significato umano del termine.
Il problema è un altro: la qualità dell’immagine che può essere costruita dipende anche dalla qualità, dall’attualità e dal contesto delle informazioni disponibili.
Un dato può essere vero e contemporaneamente essere vecchio.
Una notizia può essere autentica e tuttavia non raccontare come una vicenda si è conclusa.
Un fatto può essere correttamente documentato e, isolato da tutto ciò che è avvenuto dopo, diventare una rappresentazione profondamente incompleta.
Ed è proprio qui che il diritto all’oblio incontra una delle sfide più delicate dell’intelligenza artificiale. Fino a ieri ci preoccupavamo soprattutto di ciò che compariva nella prima pagina di un motore di ricerca.
Domani e in parte già oggi dovremo preoccuparci anche di ciò che una macchina può ricostruire, collegare e raccontare partendo dalle tracce che abbiamo lasciato in rete. Per questo non basterà discutere di cancellazione o deindicizzazione.
Dovremo parlare sempre di più di aggiornamento delle informazioni, contestualizzazione, correttezza dei dati, possibilità di rettifica e responsabilità nell’utilizzo dei sistemi automatizzati. Perché c’è una differenza fondamentale tra conservare un fatto e trasformare quel fatto nell’identità permanente di una persona, ed è una differenza che nessun algoritmo dovrebbe farci dimenticare. Il diritto al tempo per questo preferisco pensare al diritto all’oblio non come al diritto di cancellare il passato, ma come al diritto di restituire al passato la sua giusta distanza, è una differenza enorme.
La storia deve poter essere conservata, la cronaca deve poter raccontare.
La società deve poter ricordare,
ma anche l’essere umano deve poter cambiare. Non possiamo costruire tecnologie straordinariamente evolute e contemporaneamente, adottare un’idea primitiva dell’identità secondo cui una persona sarebbe per sempre ciò che è stata in un determinato momento. Il tempo non assolve automaticamente, ma il tempo conta. Conta nel diritto. Conta nella società. Conta nella vita e
dovrebbe contare anche nel modo in cui costruiamo la memoria digitale.
Il futuro non può essere un privilegio mi occupo di reputazione e diritto all’oblio e dietro molte richieste, incontro quasi sempre la stessa paura.
Non è soltanto: “Voglio che quella notizia scompaia.”
Molto più spesso la domanda vera è: “Avrò ancora la possibilità di essere visto per quello che sono oggi?”
Ed è una domanda che dovrebbe riguardare tutti noi.
Perché nessuno attraversa la vita senza cambiare.
La civiltà giuridica non si misura soltanto dalla capacità di conservare la memoria. Si misura anche dalla capacità di distinguere la memoria dalla persecuzione, l’informazione dall’esposizione permanente, l’interesse pubblico dalla curiosità infinita. Il diritto all’oblio non dovrebbe diventare uno strumento per nascondere ciò che è ancora necessario conoscere. Ma neppure la tecnologia dovrebbe diventare lo strumento attraverso il quale una persona viene privata per sempre della possibilità di evolvere. Perché esiste una dignità che viene prima dell’algoritmo. Ed esiste un principio che dovremo avere il coraggio di difendere sempre di più nell’era dell’intelligenza artificiale: nessun essere umano dovrebbe essere condannato a coincidere, per tutta la vita, con il risultato di una ricerca. Il passato appartiene alla nostra storia,
ma il futuro deve continuare ad appartenerci.
