L’Aquila, 1° ott. – Nove anni, 3 incendi, un direttore facente funzione che esercita ‘temporaneamente’, ma esattamente da 7 anni l’incarico e una domanda che è finita direttamente sul tavolo della Procura di Sulmona (L’Aquila): è stato fatto qualcosa per preparare il Morrone a fronteggiare un eventuale incendio?
La domanda parte dalle fiamme dell’estate 2017 e arriva fino al gigantesco rogo partito il 9 agosto 2026, passando per l’incendio di luglio 2023. Una sequenza che riguarda il cuore del Parco nazionale della Maiella.
Per rispondere al quesito, il procuratore capo del Tribunale di Sulmona (L’Aquila), Luciano D’Angelo, le scorse ore è tornato, per un nuovo sopralluogo, nelle aree incenerite del monte, probabilmente da un fulmine e sul punto d’innesto, un’intera mattinata con droni, mezzi e personale sui luoghi bruciati del Parco Maiella, per vedere di persona, per toccare con mano il disastro costato centinaia di milioni di euro, 1.152 ettari bruciati, in gran parte area boschiva. Il dato è riportato dopo la conclusione dell’emergenza.
La verifica dei luoghi assume un rilievo ancora maggiore dopo l’acquisizione della documentazione negli uffici del Parco nazionale della Maiella sulla gestione dell’area protetta relativa al periodo precedente ad agosto per tornare, riavvolgendo il nastro del tempo, all’estate di fuoco del 2017, alle fiamme che tennero sotto scacco la montagna sacra a Papa Celestino V, per oltre un mese, dal 19 agosto al 20 settembre.
Un altro filo s’intreccia con la storia del Parco Maiella. Per circa 12 anni l’Ente è rimasto senza un direttore nominato attraverso una procedura ordinaria, affidando le funzioni a un direttore facente funzioni. Dal 2018 questo ruolo è stato ricoperto da Luciano Di Martino, dopo una precedente fase nella quale le funzioni erano state affidate al direttore del Parco nazionale Sirente-Velino. Una lunga parentesi di supplenza che D’Alfonso ha definito, nel 2024 e poi nuovamente nel 2025, una vicenda segnata da ritardi e rimpalli nella procedura di nomina. Il parlamentare abruzzese aveva chiesto lumi al Governo sulla mancata conclusione dell’iter e, nel 2025, era tornato a sollecitare un intervento del ministero per sbloccare la situazione.
Un periodo che assume significato perché riguarda proprio l’arco temporale nel quale il Parco si è trasformato in un girone dantesco.
Indagano i carabinieri forestali che stanno raccogliendo, negli uffici del Parco nazionale della Maiella, gli atti riguardanti il monitoraggio del territorio, i piani di prevenzione degli incendi, le procedure operative e gli interventi destinati alla mitigazione del rischio, in Procura sono passati anche alcuni direttori delle operazioni di spegnimento . L’obiettivo è ricostruire quali misure fossero state programmate, quali siano state effettivamente realizzate e come sia stata gestita l’emergenza. Il fascicolo resta, allo stato attuale, contro ignoti.
Ed è proprio la documentazione del Parco a raccontare che il problema della prevenzione sul Morrone non nasce nel 2026.
Il primo passaggio è del 2017, quando la montagna venne colpita da uno degli incendi più devastanti della storia recente. Dopo il rogo furono programmati interventi di ricostituzione dei boschi, prevenzione e video sorveglianza, con finanziamenti pubblici destinati anche alla ricostruzione forestale delle aree percorse dalle fiamme. Nel 2019, il Parco affidò un intervento per la ‘ricostituzione dei boschi del Morrone Peligno incendiati nel 2017’, per un importo di oltre 200 mila euro.
Sulla gestione del bosco dopo quel rogo oggi esiste anche una diversa lettura. Come ha dichiarato recentemente Luciano D’Alfonso, nel 2017 presidente della Regione Abruzzo: la scelta sarebbe stata quella di lasciare spazio alla ricolonizzazione naturale delle aree bruciate, attraverso una sorta di ‘non azione’ accompagnata dal monitoraggio, nella prospettiva di favorire una rinaturalizzazione spontanea. D’Alfonso ha respinto l’ipotesi che la presenza a terra dei residui legnosi carbonizzati possa essere ricondotta ad abbandono o trascuratezza, sostenendo che quella scelta fosse fondata su ‘protocolli scientifici’ e sul ‘confronto con esperti del settore forestale e ambientale’.
La domanda che oggi inevitabilmente si pone è se quella scelta di non intervenire sulla materia bruciata, 9 anni fa, affidandosi alla rinaturalizzazione spontanea e al monitoraggio, abbia oltrepassato il perimetro di una precisa strategia di gestione post-incendio e, con il trascorrere degli anni, sia tramutata in inerzia. Una metamorfosi ovidiana che sarà eventualmente la magistratura, attraverso l’indagine in corso, a chiarire.
Altro interrogativo di un certo peso interessa il Piano del Parco, l’Ente ricorda che proprio durante l’incendio del 2017 sul Morrone sarebbero stati realizzati nuovi tracciati e ampliati quelli esistenti, con finalità di ‘tracciati tagliafuoco’, richiamando ad un elenco dei percorsi realizzati, nell’aggiornamento del Piano antincendio boschivo del Parco del 2018. È un elemento che oggi assume particolare rilievo perché quei tracciati erano stati realizzati anche per consentire l’accesso alle aree interessate dagli incendi e favorire le operazioni di contrasto al fuoco e allora
perché nel 2026 è stato necessario l’intervento straordinario dell’Esercito per rendere nuovamente accessibili tratti della montagna che avrebbero dovuto essere funzionali anche alla gestione degli incendi
Che cosa è stato fatto, dopo il 2017, per mantenere efficienti le piste taglia fuoco, le opere e gli interventi realizzati affinché continuassero a svolgere la funzione per cui erano stati programmati. Una timida risposta potrebbe arrivare dal New Holland D180, il più potente mezzo apripista dell’Esercito, utilizzato dal 9° Reggimento Alpini che ha partecipato alla realizzazione della nuova linea tagliafuoco, lo scorso agosto, nella zona di Colle delle Vacche, lungo la direttrice del sentiero R4 verso Roccacasale e il rifugio Pozzacchio, insieme al 6° Reggimento Genio pionieri.
Sarà la puntuale ricostruzione di quei 9 anni di gestione dell’area protetta e dell’incendio di agosto a chiarire tutte le responsabilità.
Stato dei luoghi del Morrone precedente al rogo


