Criticità del sistema penitenziario a Sulmona

SULMONA (L’AQUILA) – Il recente arresto dei tre presunti autori del sequestro di due sorelline ha riacceso i riflettori mediatici non solo sulle indagini, ma anche sulle dinamiche logistiche che regolano la custodia cautelare. In molti si sono chiesti perché due dei tre indagati siano stati condotti nella casa di reclusione di Sulmona (L’Aquila) e la terza persona, una donna, sia stata invece trasferita a Teramo.
A fare chiarezza sui protocolli e sulle criticità del sistema è Mauro Nardella, segretario nazionale del Coordinamento nazionale polizia penitenziaria – Sindacato polizia penitenziaria (Cnpp-Spp).
La prassi utilizzata è quella corretta, premette Nardella, spiegando che il procuratore incaricato delle indagini dispone abitualmente l’accompagnamento dei fermati nel carcere più vicino alla propria giurisdizione territoriale, come previsto dalle norme vigenti. Questo avviene anche se la struttura non ha una competenza specifica per la tipologia di reato contestata.
La permanenza in questi casi è puramente provvisoria. Oltrepassato il tempo delle 90 ore previste, entro il quale si deve svolgere l’interrogatorio, il destinatario di una eventuale convalida della custodia cautelare viene solitamente trasferito in una struttura più consona alle esigenze di gestione sia degli arrestati che del personale.
Il trasferimento della donna a Teramo risponde invece a una palese necessità strutturale: il carcere di Sulmona non dispone di un reparto femminile, rendendo obbligatoria la traduzione delle detenute verso istituti idonei.
Il carcere sulmonese è una struttura storicamente destinata a detenuti sottoposti al regime di Alta Sicurezza, inclusi soggetti legati alla criminalità organizzata e provenienti dal regime di art. 41-bis, oltre a una sezione riservata ai collaboratori di giustizia.
Per gli arrestati temporanei, a disposizione dell’autorità giudiziaria, viene riservato un piccolo reparto specifico. In questo spazio, precisa il segretario Cnpp-Spp, la vigilanza viene potenziata per evitare qualsiasi tipo di contatto o commistione con il resto della popolazione detenuta.
L’accoglienza di arrestati con profili diversi da quelli ordinari comporta tuttavia un carico di lavoro notevole per una struttura già gravata dal sovraffollamento. La necessità di garantire sorveglianze a vista o controlli serrati si scontra quotidianamente con la cronica carenza di personale della Polizia Penitenziaria.
Per alleggerire la pressione sugli istituti di pena, Nardella individua due possibili percorsi: o l’invio immediato dell’arrestato presso una struttura specializzata e idonea alla sua definitiva presa in carico, oppure una riforma legislativa che consenta il transito in carcere solo dopo l’interrogatorio di convalida, sfruttando nel frattempo le camere di sicurezza presenti nei comandi delle forze dell’ordine che hanno eseguito il fermo.
Fino a quando questo non accadrà, conclude Nardella, il personale di Polizia Penitenziaria continuerà comunque a garantire la massima professionalità nella gestione dei compiti assegnati.