E luce fu.. su una delle epoche più buie della cronaca nera dei comprensori Peligno e Sangrino. A chiudere il cerchio, l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare che colpisce il vertice di una delle più pervicaci reti di narcotraffico della regione. L’operazione, coordinata dal procuratore capo, del Tribunale di Sulmona, Luciano D’Angelo e dai sostituti procuratori Ediardo Mariotti e Stefano Iafolla, ha colpito un’’organizzazione capace di saturare il mercato locale con centinaia di cessioni documentate, ponendo fine a un clima di impunità che durava da un decennio. L’arresto dei vertici è stato accolto dalle comunità locali con una tale liberazione da essere festeggiato con l’esplosione di fuochi d’artificio subito dopo il blitz dei carabinieri di Riccaraso, cosfiuvati dai militari della stazione di Pettorano della Compagnia carabinieri di Castel di Sangro, nell’aquilano.
Al centro dell’inchiesta figura Patrizia Ciccone, 53 anni indicata dagli inquirenti come la mente e l’organizzatrice di un sistema di spaccio radicato nella sua abitazione di Pettorano sul Gizio (L’Aquila). La donna è accusata di aver diretto l’attività di numerosi complici, tra cui 3 figli maggiorenni dei suoi 5 figli e il minore, coordinando l’acquisto per l’approvvigionamento e la vendita di cocaina, hashish e marijuana.
Le indagini dei Carabinieri della stazione di Roccaraso e della compagnia di Castel di Sangro hanno svelato un modus operandi sofisticato. La Ciccone, per evitare i rischi di perquisizioni, imponeva una soglia massima di 20 grammi di stupefacente da tenere in casa, ordinando ai collaboratori di nascondere il resto in siepi, legnaie o di interrarlo nei campi circostanti. In caso di sospetto blitz, le istruzioni per i figli e per una collaboratrice domestica erano chiare: disfarsi della droga gettandola nel wc o lanciandola dalle finestre.
Il volume d’affari accertato è imponente: tra gennaio e marzo 2025 sono stati documentati circa 640 episodi di spaccio attraverso intercettazioni ambientali, oltre a 22 cessioni confermate dal recupero fisico della sostanza. I clienti, almeno 40 quelli identificati, pagavano la cocaina al prezzo fisso di 100 euro al grammo. Alcuni assuntori abituali erano soliti visitare la base, tra questi frequentavano l’abitazione della donna anche dei professionisti e un avvocato.
L’approvvigionamento era garantito da figure di rilievo che rifornivano il gruppo utilizzando staffette per monitorare la strada e calamite sotto i telai delle auto per trasportare i carichi. Tra i canali alternativi figurava anche il comune di Celano (L’Aquila), dove l’organizzazione acquistava cocaina a prezzi più competitivi quando i canali principali entravano in crisi, per controlli o arresti.
L’inchiesta ha messo in luce anche aspetti inquietanti, come il coinvolgimento diretto dei minori nelle consegne e la spregiudicatezza dei vertici nel gestire i profitti, affidati alla custodia della domestica per evitare sequestri.
Canali di approvvigionamento e logistica militare. L’organizzazione non si affidava a un unico fornitore, ma gestiva i flussi di stupefacenti con logiche di mercato e sicurezza estrema:
Gestione del contante. I proventi, che arrivavano a toccare cifre di 70mila euro, non venivano conservati dalla donna, ma affidati alla domestica che li custodiva presso il proprio domicilio per evitare sequestri in caso di blitz nell’abitazione principale.
Il passaggio ai ‘grossisti. Inizialmente la rete si riforniva da una figura legata agli ‘zingari di Pescara’. Tuttavia, l’affare è saltato quando l’indagata ha ottenuto condizioni economiche migliori da ‘Steven’ diventato il fornitore principale per l’intera famiglia.
La strategia del ‘carico sicuro’. Steven adottava tecniche di consegna quasi militari: precedeva fisicamente i corrieri facendo da “staffetta” per individuare posti di blocco, indicava luoghi isolati per lo scarico rapido e tornava solo dopo giorni per dividere la droga, evitando così di essere trovato in possesso della merce al momento del deposito.
Il polo di Celano (L’Aquila). Quando i canali principali entravano in crisi, l’organizzazione si rivolgeva a Celano, considerato un punto strategico dove la cocaina veniva acquistata a prezzi concorrenziali, circa 25 mila euro al chilo. Lo smercio nell’Alto Sangro: il ruolo degli esercizi pubblici
Il documento evidenzia come la droga venisse veicolata non solo in case private, ma anche attraverso punti di snodo nel tessuto cittadino.
Bar e chioschi come basi di monitoraggio. G inquirenti hanno installato telecamere specifiche nei pressi di luoghi pubblici frequentati, come il chiosco in via Vittorio Monaco a Pettorano sul Gizio (L’Aquila), per documentare gli incontri tra spacciatori e acquirenti.
L’uso di baristi/collaboratori. Figure che non erano semplici assuntori, ma venivano sfruttati come collaboratori logistici per le consegne a domicilio e per il recupero dei carichi nascosti all’esterno. La loro presenza costante nei luoghi di ritrovo dell’Alto Sangro permetteva alla rete di mimetizzarsi e di smerciare le dosi con agilità.
Pressioni e versioni di comodo. L’influenza della 53enne sul territorio era tale da poter reperire persone compiacenti disposte a fornire versioni false ai Carabinieri in caso di controlli, dichiarando ad esempio di aver acquistato la droga in altre città come Pescara per coprire la base locale, secondo gli inquirenti.
Metodi di occultamento estremi.
Per garantire la continuità dello smercio, venivano adottate cautele maniacali.
Occultamento esterno. La droga non veniva quasi mai tenuta in casa per oltre 20 grammi. I complici la nascondevano in siepi, legnaie, vasi o la interravano nei campi, recuperandola solo al momento esatto della vendita.
Tecniche di trasporto. Durante i viaggi, la cocaina veniva nascosta persino all’interno di cartucce di silicone o fissata con calamite sotto i telai delle auto.