Parco Maiella: la poltrona blindata del facente funzioni

Certe poltrone, anche in Abruzzo, sembrano allungarsi nel tempo fino a confondersi con l’arredo. Quattordici anni é il tempo trascorso da quando il Parco nazionale della Maiella ha avviato una procedura per trovare un ‘direttore titolare’, consegnandosi invece a un infinito purgatorio di proroghe, ricorsi e manager facente funzioni ‘a tempo indeterminato’.

Cenere amministrativa sotto cui si consuma un cortocircuito istituzionale che dura dal 2012, anno in cui 16 candidati risposero a un bando pubblico che, nei fatti, non è mai arrivato alla meta: nomina di jn direttore regolare
Nel frattempo, la macchina dell’Ente ha continuato a girare a scartamento ridotto, affidata sistematicamente a gestioni provvisorie. Dal dicembre 2018 a portare i timoni è Luciano Di Martino, nominato facente funzione dal Consiglio direttivo e ancora indicato con quella stessa sigla ‘f.f.’ nei documenti ufficiali del 2026. Quasi 8 anni di gestione ‘temporanea’, inseriti in un vuoto strutturale che dura da quasi 3 lustri.

Il valzer delle terne e le mani legate del Ministero dell’ambiente è un manuale da pubblica amministrazione. Dopo lo stop del 2012, il tentativo di voltare pagina con nomine contestate e l’intervento della giustizia amministrativa — con il TAR Abruzzo che rimette in carreggiata il bando del Parco Maiella dopo i ricorsi di 3 ex dirigenti — il Consiglio direttivo dell’area protetta prova a sbloccare l’empasse sfornando terne che sembrano studiate apposta per fallire il bersaglio.
Nel 2018 spunta la prima rosa di nomi: un candidato era già finito a dirigere i Sibillini, un altro era in pensione, il terzo temporaneamente indisponibile. Risposta secca del Ministero dell’ambiente: carta straccia, la terna non consente alcuna scelta reale. Il passo successivo del Consiglio? Lavarsi le mani della procedura trincerandosi dietro una motivazione surreale: i candidati in lizza non avrebbero un’«idonea conoscenza del territorio». Una scusa smontata ‘pezzo pezzo’ dai giudici amministrativi, che bocciano la delibera blindando l’obbligo di trasparenza.
La storia si ripete, fotocopia, nel 2023, quando spunta una nuova terna nuovamente impallinata dai rilievi di chi denuncia profili fuori età o incompatibili, mentre i concorrenti esclusi chiedono invano l’accesso agli atti.

Il risultato di questo ping-pong tra Roma e l’Abruzzo è sotto gli occhi di tutti. La legge affida al Consiglio direttivo del Parco la proposta della terna e al ministro dell’ambiente l’ultima parola. Ma nel mezzo si frappongono barriere burocratiche, delibere respinte, ricorsi al Tar e una catena di comando che pare impermeabile al tempo che passa.
Chi ha voluto, passo dopo passo, che questa selezione rimanesse un cantiere aperto? Sulla carta s’invoca la tutela di un’area protetta di straordinario valore nella realtà peró si perpetua un sistema in cui la provvisorietà diventa una comoda forma di stabilità, lasciando un grande parco nazionale senza una guida scelta con i crismi della normalità democratica e amministrativa. Quattordici anni di attesa sono una voragine in cui bruciano risorse pubbliche, svuotando di autorevolezza un presidio istituzionale fondamentale per il territorio.