Il numero della bestia al carcere di Sulmona: tra suggestione e sovraffollamento

Pianeta carcere a cura di Mauro Nardella

C’è un numero che in queste ore sta facendo sussurrare i corridoi del carcere di Sulmona, nell’aquilano, un valore che evoca immagini apocalittiche proprio all’ombra del monte Morrone, la montagna sacra a Celestino V. Con l’arrivo massiccio di 15 nuovi detenuti, in un colpo solo, la conta totale all’interno del penitenziario peligno ha raggiunto quota seicentosessantasei
Per chi ha memoria delle sacre scritture, il seicentosessantasei è il numero della bestia citato nell’Apocalisse, simbolo di imperfezione e dell’Anticristo. Ma al di là della suggestione numerologica, il dato fotografa una realtà estremamente concreta e preoccupante ovvero il ritorno a livelli critici di densità detentiva in uno degli istituti di massima sicurezza più importanti d’Europa.
Solitamente l’inserimento di nuovi giunti avviene in modo graduale. Questa volta la Direzione generale dei detenuti ha optato per un invio collettivo. Una scelta che il sindacato Cnpp-Spp, per voce del segretario nazionale, Mauro Nardella, definisce discutibile. L’impatto di quindici ingressi simultanei non è solo una questione statistica, ma un aggravio operativo immediato per la polizia penitenziaria, costretta a gestire un carico di lavoro eccessivo in una struttura già sotto pressione.
Sebbene non si possa ancora parlare di un effetto pollaio, è evidente che l’aumento dei ristretti incida direttamente sulla qualità della vita intramuraria. Per gli agenti si prospettano turni più pesanti e maggiori rischi legati alla sorveglianza, mentre per i detenuti si registra una riduzione degli spazi vitali e dei tempi di gestione delle attività quotidiane.
Secondo Nardella la vera criticità, o maledizione per restare in tema, non risiede nel numero seicentosessantasei, ma nell’assenza di strumenti trattamentali. Da circa 2 anni il reparto lavorazioni del carcere di Sulmona è chiuso. Il segretario spiega che il lavoro rappresenta l’elemento cardine del trattamento e senza di esso è impossibile esaudire i voleri dell’articolo ventisette della Costituzione sulla rieducazione della pena. Quello che un tempo era considerato il fiore all’occhiello dell’amministrazione penitenziaria italiana oggi sembra soffrire di un’oscurità legata a una gestione degli spazi e delle risorse che fatica a garantire un ideale percorso di recupero. Il numero del diavolo, in questo contesto, finisce per essere solo il simbolo di una situazione che necessita di risposte urgenti da parte delle istituzioni.