LA SOCIETÀ A IRRESPONSABILITÀ

ILLIMITATA È IN AZIONE

Se c’era un momento ideale perché la SII mostrasse fino in fondo la propria natura, è esattamente questo.

L’Amministrazione comunale è in “sala rianimazione”: fragile, esposta, incapace di difendersi. E proprio in questa condizione qualcuno ha pensato bene di approfittarne.

Gerosok non ha esitato un attimo. È entrato con arroganza in casa altrui — una delle poche che ancora non controllava — e ha imposto le sue regole: fuori l’assessora, dentro la sua protetta. Senza pudore, senza misura, senza rispetto.

E non gli è bastato. Ha allungato le mani anche sulla nomina del responsabile del Terzo Settore. Si racconta che lo abbia fatto con la solita spavalderia, imponendo ancora una volta la propria volontà. La smentita è arrivata, puntuale. Ma ha il sapore delle smentite di circostanza, quelle che servono solo a guadagnare tempo e a salvare le apparenze. Il Sindaco, infatti, ha parlato molto — ma non ha detto l’unica cosa che conta: se queste pressioni ci sono state oppure no.

Il punto è che nessuno, ormai, può davvero stupirsi.

Gerosok agisce così da sempre: considera le Istituzioni un territorio da occupare, non un bene da rispettare. La parola “morale” non appartiene al suo vocabolario. In compenso, eccelle nell’arte della manovra, dell’intrigo, della pressione esercitata con ostinata presunzione. Tutto, tranne la Politica — quella vera.

Eppure è sulla scena pubblica da decenni. Decenni nei quali non ha lasciato tracce rilevanti per la collettività. Anzi: pesa su di lui la responsabilità di aver fatto svanire un finanziamento già assegnato di 12 milioni di euro, un’occasione concreta per rilanciare l’economia dell’area peligna. Un fallimento che parla da solo.

Ora basta.

  • Non deve più mettere piede in incontri che riguardano la vita della Pubblica Amministrazione. Non ne ha titolo, non ne ha ruolo, non ne ha diritto.
  • La sua presenza va respinta senza ambiguità: non è attività politica, è ingerenza. E il Sindaco ha il dovere di dirlo e di farlo rispettare.

E poi ci sono i “suoi” consiglieri. Persone capaci, in molti casi. Ma ridotte al silenzio. Costrette ad eseguire, senza spazio, senza autonomia, senza dignità politica. Una condizione che mortifica loro e l’istituzione che rappresentano.

A questo punto la responsabilità non è più solo di chi agisce così.

È anche di chi guarda e tace.

La città deve smettere di subire. Deve uscire da questa rassegnazione che ha anestetizzato tutto e tutti.

Perché il vero rischio, oggi, non è solo ciò che accade.

È l’abitudine ad accettarlo.