Viva lo stato attuale

Anche questa campagna referendaria ha riproposto uno schema già visto, quasi immutato, fin dai tempi del referendum costituzionale del 2016. Gli stessi protagonisti, le stesse voci, le stesse argomentazioni: “non si può cambiare la Costituzione più bella del mondo”, “non si può mettere mano all’opera dei padri costituenti”, “c’è un pericolo per la democrazia”.

Parole che tornano ciclicamente, come un riflesso automatico, e che finiscono per costruire una narrazione rassicurante ma paralizzante. Dietro queste posizioni si muove, con grande forza, un vero e proprio partito trasversale: un blocco composito fatto di una parte significativa del giornalismo, di personalità influenti e di un sistema culturale e dello spettacolo che, spesso per conformismo più che per convinzione, si accoda a questa linea.

È il partito di chi, in fondo, non vuole cambiare nulla. Un blocco conservatore radicato, che attraversa la storia del Paese e che, ogni volta che si apre una possibilità di riforma, si ricompone con straordinaria rapidità e compattezza. Da noi il cambiamento, prima ancora di essere discusso nel merito, viene istintivamente percepito come un rischio da neutralizzare.

Eppure, nel caso specifico, non si trattava di una riforma capace di stravolgere l’assetto democratico, né di mettere in discussione equilibri fondamentali. Non c’era alcun pubblico ministero “sottoposto alla politica”, né un disegno autoritario mascherato. C’era, piuttosto, la possibilità di introdurre un segnale, un primo passo, una scelta simbolica ma significativa: quella di imboccare finalmente la strada del cambiamento.

Il punto, infatti, non è solo la singola riforma. Il punto è la direzione. Perché un Paese che rifiuta sistematicamente ogni cambiamento finisce inevitabilmente per avvitarsi su sé stesso, incapace di progettare il futuro. E quando il futuro manca, il risultato è sotto gli occhi di tutti: declino lento ma costante, perdita di fiducia, giovani che se ne vanno perché non vedono prospettive.

La discussione pubblica, invece, continua a rimanere schiacciata sul presente, su paure immediate e su equilibri da conservare. In questo contesto il “No” parte sempre avvantaggiato: è la scelta più semplice, quella che non espone, quella che non richiede visione.

Così, di fatto, il “No” è diventato il vero grande partito italiano: un partito trasversale, potente, capace di attraversare schieramenti e categorie sociali. Un partito conservatore nel senso più profondo del termine, che non ha bisogno di organizzarsi formalmente perché vive dentro una cultura diffusa, dentro un atteggiamento collettivo.

E il rischio più grande è proprio questo: che, di fronte a una serie di riforme sistematicamente respinte, nessun governo trovi più la forza — o il coraggio — di provarci davvero. Perché alla fine il messaggio che passa è chiaro: in Italia cambiare è impossibile.