Pirandello insegnò 5 anni a Pescara nell’istituto Spaventa, ma nessuno lo ricorda eppure la storia non si cancella, non si dimentica perché è maestra di vita.
Nella sorridente cittadina di provincia di Pescara, in uno dei suoi polverosi archivi dell’Istituto “Bertrando Spaventa”, giace sepolto un registro degli esami di Stato: con ogni probabilità risale al 1898 e reca la firma del Presidente illustrissimo, Luigi Pirandello.
Il ricordo di Pirandello, come uomo di scuola in un passato remoto, è ormai sbiadito. Eppure dovrebbe restare vivo nel presente, davanti agli occhi e nel cuore degli studenti. Al posto di quella memoria, però, si affaccia un’amarezza cupa e greve: quasi come se fossimo dentro una commedia pirandelliana. Solo che, qui, l’umorismo non è quello della finzione, bensì quello della riflessione, quando ci si accorge di ciò che quel plesso—intitolato al voltagabbana opportunista Bertrando Spaventa—porta davvero in scena.
Spaventa era insigne fratello dello stesso sanguinario Silvio Spaventa, che fu atrocemente ministro dell’Interno del regno Sabaudo. Eppure, varcando l’ingresso, ai visitatori si parano davanti plurime targhe e targhette: non ricordano la grandezza culturale, ma celebrano i fasti burocratici di progetti europei, i PON, come se il valore di una scuola potesse misurarsi in etichette e adempimenti. Si dimentica, volutamente, l’apparizione decisiva: tra quei banchi, uno dei più grandi e acuti scrittori mai nati sulla terra.
Allora oggi torniamo a sorridere amaramente e a guardare noi stessi allo specchio, scoprendo dal volto l’ennesima “maschera”: il vero volto dell’amministrazione scolastica. Da tempo la scuola italiana fa recitare ai propri allievi—soprattutto verso la fine degli studi superiori—una commedia che tutti conoscono, ma che nessuno vuole ammettere nemmeno con se stesso.
La riflessione non nasce dal ridere, bensì da un processo: dal modo in cui si è ridotta la cultura scolastica, che dovrebbe essere una priorità assoluta per una nazione. Lo si vede oltre il conformismo di facciata, in un farsesco dialogo a distanza—un intrattenimento tra docente e allievo—dove tutto appare regolato, ma molto spesso risulta svuotato. Non si tratta di un commento superfluo, né di una frase “necessaria” davanti a un pericolo imminente del vivere e del vissuto: è l’effetto di una causa che da decenni piega la scuola italiana a “serva del potere”.
Non invisibile, ma resa invisibile. E considerata tale anche dagli stessi docenti, quelli che da tempo coltivano il “sentimento del contrario”.
Sono insegnanti spesso senza ruolo e senza cattedra. Docenti che, pur con operosità quotidiana e disciplina sul piano etico, non ricevono dallo Stato un compenso adeguato alle proprie attitudini professionali e allo svolgimento educativo rivolto ai giovani. Sono docenti costretti alle “tematiche disposizioni”, costretti a insegnare attraverso forme, fantasmi e riflessi: modalità che ricordano da vicino la creazione pirandelliana.
Sono persino spinti, più volte, a insegnare sopra le incomprensioni provenienti dalle famiglie degli allievi, al di sopra di ogni coordinamento e di ogni disciplina di lavoro. E sono anche docenti malpagati e non sempre rispettati da chi dovrebbe invece ammirarli e seguirli con un’attenzione degna della responsabilità che ricoprono.
Eppure, oggi, di fronte ai “recuperati” esami di Stato—dove il sorriso pirandelliano rimanda a “Così è se vi pare”, e ancora meglio a “Si recita a soggetto”—si accende un’ulteriore riflessione: non più da commedia, ma da umoristica intesa. Pirandello sorride con occhi arguti, quasi “topini” di inquietudine: sorride perché tutti sanno già come andrà a finire l’esito degli esami. Tutti promossi, perché deve essere così: che gli allievi siano maturi o meno maturi, meritevoli o meno meritevoli, e soprattutto senza colpe, perché le colpe—si sa—sono di altri.
La Commissione, immancabilmente, deve restare serena e sorridente, come amica-nemica dello stesso svolgimento dell’esame. E finirà, inevitabilmente, per somigliare ai protagonisti di quella “marsina stretta” pirandelliana. Pirandello è lì. E forse, davanti alla sua migliore opera drammatica, la domanda più vera è proprio quella: “Così è se vi pare”. Così è: “todos caballeros”.
Dall’alto del Ministero della Pubblica Istruzione, tutti saranno lieti: si è rotta la pirandelliana “giara” e tutti ne sono usciti fuori, tra cocci petrosi—fortunatamente, almeno per qualcuno. E anche se l’autore non è ancora presente, ecco i “personaggi” in cerca di un possibile autore: personaggi che, però, non lo troveranno stavolta nel senso più autentico della parola. Non è Pirandello, questa volta… eppure sorride, eccome se sorride. Sorride e parla al suo “ma non è cosa seria”.
Io, da lontano allievo, poi docente, quindi Commissario di esami e Presidente, non posso che augurare a docenti e ad allievi serenità e lavoro. Ma, ancora una volta, con voce pirandelliana: “Tutto per bene! Tutto per bene! Proprio così, così è se vi pare”.

