#difesaminori, la tutela non può passare dalla rottura della famiglia
“Il reinserimento del minore nella famiglia d’origine dovrebbe essere l’obiettivo centrale di ogni intervento di tutela, non una soluzione residuale”. Così il portavoce del Comitato #difesaminori, Nico Liberati, ha dichiarato a Rete5.tv, sul caso della famiglia di Palmoli, piccolo centro della provincia di Chieti, dove 3 bambini sono stati allontanati dai genitori, Nathan e Catherine Trevillon Birmingham a cui è stata sospesa la responsabilità genitoriale perché vivevano in un’abitazione senza elettricità e riscaldamento. “L’allontanamento dal contesto familiare, anche quando motivato da esigenze di protezione, rappresenta sempre un evento traumatico che incide profondamente sullo sviluppo emotivo del bambino e sull’equilibrio dell’intero nucleo. – ha aggiunto Liberati – Separare un figlio dalla propria famiglia non colpisce solo il minore, ma indebolisce genitori, fratelli e reti affettive, generando un’instabilità che spesso lascia segni duraturi. Anche quando vengono ripristinate condizioni materiali adeguate, la frattura affettiva prodotta dalla separazione continua a pesare sulla capacità dei genitori di esercitare il proprio ruolo e sul senso di appartenenza del bambino. Preoccupa una deriva culturale che tende a privilegiare un approccio esasperatamente child-centered, concentrato esclusivamente sulla soggettività del minore e poco attento alla complessità delle dinamiche familiari. Una visione che rischia di trasformare la tutela in un meccanismo di rottura, anziché di ricostruzione. – ha continuato il portavoce di #difesaminiri – Le vicende di Bibbiano e del Forteto, pur diverse, mostrano quanto possa essere pericoloso marginalizzare la famiglia d’origine. Tutelare davvero i minori significa investire nel sostegno ai nuclei in difficoltà e nel recupero dei legami, non nella loro sistematica dissoluzione. Senza questo cambio di prospettiva, la protezione rischia di diventare, paradossalmente, una nuova forma di trauma”.


